Nell’accettare questo essere transitorio, effimero, noi accettiamo qualcosa che è molto più della performance: è l’esistenza.
A differenza di altre espressioni artistiche, con l’irrompere della pandemia a livello globale, le pratiche della liveness si sono confrontate radicalmente con il problema della presenza, perché i corpi, oltre ad essere la materia espressiva della performance, sono vettori del virus. Corpo organico e corpo sociale così si intrecciano e le fenomenologie legate allo statuto dei corpi emergono in primissimo piano. Non a caso, con il lockdown, i primi luoghi a chiudere sono stati proprio i teatri. D’altro canto, la forza della performance consiste nella sua efemeralità, nel suo essere più veloce dell’archivio, così da sfuggire alle logiche della monumentalizzazione e della museificazione e uscire dal sistema di scambio. La performance così segue un destino biologico: passa.
